Viaggio tra le pagine

Benvenuti nella sezione dei miei racconti, uno spazio dove le parole prendono vita per esplorare ogni genere e toccare corde diverse dell'animo umano. Preparatevi a un viaggio emozionante, pensato per lettori di ogni età, che vi farà sognare, riflettere e forse, anche un po' commuovere.

Storie che ispirano e fanno riflettere

Qui troverete un mosaico di narrazioni che spaziano dall'avventura al mistero, dalle storie di vita quotidiana alle fughe nella fantasia. Ogni racconto è un invito a scoprire nuovi mondi e a confrontarsi con emozioni autentiche, adatte sia ai giovani lettori che agli spiriti più maturi.

 

 

 

“Chicco”

Un giorno la mia vita ha preso una brutta piega o forse si è creata una deviazione di percorso.

Mi spiego meglio.

Diversi anni fa il mio corpo ha subito una battuta di arresto che avrebbe potuto fermarmi del tutto o farmi risorgere a nuova vita.

Beh, io ho scelto la seconda ipotesi.

Mi chiamo Isabella e il mio nemico si chiama “BRUTTA MALATTIA” e ne parlo così per non incutere nei lettori tristezza.

Ad ogni modo dopo questa diagnosi che voleva privarmi della mia vita e con essa dei miei colori o dovevo soccombere o dovevo risorgere.

Potrebbero sembrare frasi fatte ma mi sono fatta coraggio, ho preso la vita nelle mie mani e sono andata avanti.

Mi avevano detto a chiare lettere che o prendevo un cane o andavo dallo psicologo per elaborare il trauma.

Io ho scelto il cane.

Mai avrei potuto neanche lontanamente immaginare la magia che avrebbe creato nella mia vita.

Chicco in poco tempo con il suo nasino umido, il suo faccino da birbante che elemosina il cibo anche quando è gonfio all’inverosimile ha riempito il mio cuore.

Nei miei momenti bui avevo due occhietti che mi fissavano attoniti quasi a dirmi: ”Sono qui mami, non mollare”.

Ad ogni ricovero per me era sempre più difficile lasciarlo a casa, anche se era in compagnia della mia famiglia.

Mi mancava come l’aria e separarmi da lui anche per poco significava sentire di non riuscire a respirare.

Vista da fuori qualcuno mi avrebbe giudicata fuori di testa, ma io sono così e amo in questo modo e lui non è un cane, lui è famiglia, lui è il mio bambino peloso.

Non so come riesce sempre a capire come sto, ad anticipare le diagnosi dei medici, ma fatto sta che è speciale e sapere il suo respiro vicino al mio mi riempie di gioia.

Insieme siamo il simbolo dell’infinito: mamma e Chicco.

Il mio pinscher ha il colore del miele e gli occhietti marroni, lo sguardo fiero e l’aria da uno a cui non passa la mosca per il naso.

Sette chili di coccolosità per un fisico atletico e snello e un caratterino niente male.

Riesce sempre a spuntarla quando vuole qualcosa.

Ha imparato a sbuffare quando c’è qualcosa che lo irrita.

E’ protettivo e dolce.

E’ riuscito a rendermi mamma quando la natura per colpa della “BRUTTA MALATTIA” mi ha impedito di esserlo.

Il mio fisico è molto cambiato, ma anche io ho assecondato i miei cambiamenti anche se non sempre li accetto, come succede per i miei limiti, ma con Chicco non ho confini.

Lui è il mio tutto.

E’ l’amore della mia vita!

Quando sento le sue zampette che corrono per la stanza mi sento viva come non mai e quando non si sente bene corro dal veterinario come farebbe la mamma andando dal pediatra con il suo bambino.

Forse non conosco l’odore della pelle di un bambino piccolo, né cosa significhi stringerlo tra le braccia o proteggerlo dal mondo, ma conosco l’odore del mio bimbo peloso di nome Chicco e so che senza di lui il mio mondo crollerebbe a pezzi.

Non teme la grandezza di altri cani perché forse a modo suo per non essere attaccato, come è successo alcuni anni fa, ha imparato a difendersi, capendo che nella vita molte volte bisogna fare finta di essere forti anche se magari non lo si è.

Lo avevano abbandonato e da allora non riesce a stare da solo, ma io ho cercato con tutta me stessa di guarirlo dalle sue ferite fisiche e psicologiche.

Stiamo crescendo insieme e sto imparando a piccoli passi a fare la mamma del mio Chicco.

In alcuni momenti se provo a socchiudere gli occhi e lo tengo stretta a me, anche se per pochi secondi, mi sembra che sia un bambino vero proprio come è successo a Geppetto con Pinocchio, poi però riapro gli occhi e so che c’è lui con me fin quando Dio vorrà…

 

Mariarosaria Rigido

Per ogni età, una nuova scoperta

La magia dei racconti non ha confini di età. Che siate alla ricerca di una fiaba incantata da leggere ai vostri bambini o di una storia profonda che stimoli la vostra mente, in questa raccolta troverete qualcosa che risuonerà con voi, lasciandovi sempre un'emozione e un pensiero da portare via.

 

 

"Yūrei”

 

In una mattina d’inverno nel tempio Zenshoan a Tōkyō  Heizo provava a pregare, ma la concentrazione quella mattina proprio non ne voleva sapere di venire.

All’improvviso pensò di sognare, ma ben presto si rese conto che quello che gli stava succedendo era tutt’altro che un sogno, bensì una triste realtà.

Dapprima sentì un vento gelido sulle sue ossa e poi poteva percepire un respiro che gli alitava sul collo.

Quando aprì gli occhi per poco non gli venne un infarto.

Era la sua prima esperienza con uno yūrei.

Secondo la tradizione giapponese, tutti gli esseri umani sono dotati di uno spirito/anima o reikon; quando muoiono, il reikon lascia il corpo e resta in attesa del funerale e dei riti successivi, prima di potersi riunire ai propri antenati nell'aldilà.

Era evanescente e oscuro, anima e spirito insieme, vestito di bianco con lunghi capelli neri.

Le sue mani penzolavano cadenti in avanti e si vedeva solo la su veste eterea.

Il suo kimono bianco era in contrasto con gli (hitodama) in sfumature tetre di blu, verde o viola.

Cosa voleva da lui quello spirito?

Non possedeva neanche le giuste conoscenze per aiutarlo o per farlo passare oltre.

Una cosa simile si sarebbe potuta verificare solo ad agosto durante la festa Obon, ma non ora.

Che tipo di fantasma era?

Un Jibakurei morto suicida? Un Hyōirei in cerca del suo corpo? Un Onryō che voleva giustizia da suo malfattore? Un Ubume ovvero una madre morta per far nascere il figlio?

E se fosse stato un Goryō aristocratico morto per mano di un servitore? Un Funayūrei ,lo spirito di un marinaio morto in mare?

Che paura se fosse stato un famelico Jikininki in cerca di cadaveri!

Se fosse stato un bambino dispettoso Zashiki-warashi di certo se ne sarebbe accorto.

Fantasmi di samurai,fantasmi seduttori,Gaki legati ai propri vizi o qualsiasi altra tipologia lo avrebbe spaventato comunque.

Si diceva che non era pronto per tutto questo, ma i monaci gli avevano sempre insegnato che se un’esperienza si propone sul tuo cammino o deve insegnarti qualcosa o deve pulirti il cammino, proprio come la pioggia che cade dall’alto e arriva ai nostri piedi.

Ciò che ci viene inviato sotto forma di un qualsivoglia segnale non ci è dato di sapere.

Heizo si fece coraggio e disse: ”Chiunque tu sia, dimmi come posso aiutarti  a trovare la tua luce.”

Una voce flebile femminile gli rispose:” Sono Asako e due anni orsono ho perso mio figlio Yachi. Sono riuscita a dare la vita per lui, ma non riesco ad andare verso la luce.Devi portarmi da lui.”

Heizo si chiese come mai avesse chiesto aiuto proprio a lui che quella mattina stava pregando.

Raccolse le sue cose frettolosamente e si diresse verso la casa di Gengyo, il padre di Yachi.

Durante il percorso ripensò continuamente a cosa gli avrebbe detto, ma le parole giuste non balenarono nella sua mente.

Poco fuori Tokyo in un palazzo in periferia c’era la casa di Gengyo.

Tutto era smorto e spento, come se la vita avesse cessato di esserci in quell’appartamento dove regnava dolore e tristezza.

“Dlin,Dlon” fece il campanello dorato al lato sinistro di quella porta al terzo piano dello stabile di vecchia fattura.

Una voce rispose:”Chi è?”

Heizo replicò dicendo:” Sono con Asako che mi sta tormentando da stamattina perché vuole vedere Yachi”.

La porta si aprì e Gengyo con uno sguardo stupefatto pensò che Heizo volesse speculare sulla loro storia o al massimo prendersi gioco di lui e del suo dolore.

Gli rispose:” Come sei a conoscenza della nostra storia? Perché ti accanisci sul nostro dolore?”

Heizo gli spiegò che stava pregando nel tempio Zenshoan a Tōkyō  e che aveva avuto quella visione e che ne avvertiva la presenza.

Dopo un’iniziale titubanza si era fatto coraggio e aveva parlato con lo yūrei che altri non era che sua moglie Asako.

Entrambi sapevano che gli spiriti Ubume hanno bisogno di ritrovarsi con i propri figli per passare oltre e si guardavano in faccia sconcertati.

Quanto poteva essere logorante il dolore di una madre?

A quel punto per non continuare la conversazione sul pianerottolo Heizo entrò in casa di Gengyo e si accomodarono in salotto, la signora Tokue preparò il Sakè e nel frattempo gli spiegarono che la mamma di Yachi era morta in ospedale di tumore e che fino all’ultimo giorno aveva rifiutato le cure per poter permettere al figlio di vivere.

Era un’amore grande,immenso!

Dopo aver preso il sakè e ascoltato la sua commovente storia, Heizo prese suo figlio Yachi in braccio e lasciò che la madre Asako per qualche istante lo attraversasse per poterle permettere di avere un corpo anche  se per pochi istanti.

Asako riuscì ad abbracciare il suo bambino e Yachi non sentì il freddo della morte, bensì un corpo caldo che gli ricordava il ventre materno nei suoi ricordi prenatali.

Fu una scena strappalacrime perfino per il mondo dei non viventi.

Ahime! Il tempo le fu tiranno.Non poteva tenerlo con sé per sempre.

Il corpo di Gengyo si sentiva debilitato e non riusciva ad avere forza a sufficienza per sostenere quel collegamento energetico,motivo per cui la moglie diede un bacio al piccolo e lasciò il corpo del marito.

Una lacrima eterea cadde sul pavimento e divenne un fiore di ghiaccio.

Era l’unico ricordo che a Yachi rimaneva della madre.

Da grande Gengyo gli avrebbe raccontato di quanto era grande sua mamma che aveva dato la vita per lui.

Tutti erano visibilmente emozionati.

Heizo aveva imparato la sua lezione.

Cerca di fare quello che puoi con i mezzi che hai mettendoci sempre il cuore e la vita ti consentirà o di crescere o di imparare la lezione.

Lui era stato un pezzo importante per completare il puzzle di quella famiglia e per la prima volta nella sua vita si era reso conto di valere molto più del poco che pensava di essere.

Doveva imparare a conoscere l’amore e imparare a sua volta ad amarsi.

La vita gli aveva regalato un dono: aiutare gli altri a passare oltre.

Nessuno scintillio di spade avrebbe mai potuto eguagliare la sua nobiltà d’animo.

Un fiore di ciliegio in quella fredda giornata invernale era stranamente apparso poco distante da lui.

Era l’inizio della sua storia tutta da scrivere al di fuori dei margini del foglio bianco da cui non era mai stato capace di sbordare.

"Tra i fiori il ciliegio, tra gli uomini il guerriero".(ANTICO PROVERBIO GIAPPONESE)

 

Mariarosaria Rigido

Oltre la pagina: emozioni e connessioni

Mi auguro che ogni racconto vi lasci un segno, una riflessione, un'emozione. Dopo aver letto, vi invito a non fermarvi qui: esplorate gli altri miei lavori, leggete le recensioni, visitate il mio blog per approfondire e, se lo desiderate, lasciate un commento. La vostra interazione arricchisce la mia storia.